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Jobs act, per Petraroia imprescindibili il ruolo del sindacato e il rispetto del mondo del lavoro

Petraroia: «Non si esce dalla crisi se non si costruisce con umiltà l'unità delle parti sociali»
Petraroia: «Non si esce dalla crisi se non si costruisce con umiltà l'unità delle parti sociali»

«Dalla crisi non si esce se non si riconosce il ruolo delle confederazioni sindacali  e delle rappresentanze del mondo del lavoro. Qualsiasi Piano per il lavoro o  " jobs act " che dir si voglia necessita del dialogo sociale e del confronto sui contenuti di una proposta chiara che individui gli obiettivi, le scelte, i tempi e le risorse finanziarie impegnate» 
 
Ne è convinto il vicepresidente della Giunta regionale, Michele Petraroia, a giudizio del quale «in una fase spaventosa per numero di licenziamenti e percentuali di disoccupazione, tutto serve fuorché la spaccatura tra istituzioni e parti sociali». 
 
Petraoia ricorda che le ricette economiche keynesiane o liberiste poggiano, in entrambi i casi, su culture politiche progressiste o liberiste che scelgono la parte di società da sostenere da cui fanno discendere la redistribuzione della ricchezza anziché l'allargamento del divario sociale. 
 
«Nell'ultimo ventennio -  l'analisi dell'esponente di Palazzo Vitale -   ha vinto in Italia la destra liberista che, nascondendosi dietro lo spirito manageriale, imprenditoriale e aziendalistico, ha destrutturato le conquiste di civiltà del movimento sindacale ed ha consegnato il 50% della ricchezza nazionale nelle mani del 10% degli italiani. La cultura del lavoro è stato frammentata, divisa e resa sterile nello scontro politico nazionale, con una marginalizzazione che risponde agli spiriti animali di un capitalismo che non intende più mediare e non ha più interesse a mediare coi lavoratori». 
 
Per Petraroia «la scorciatoia delle formule tecniche non risolve il problema perché per redistribuire la ricchezza serve tassare chi ha i soldi o tagliare le tutele sociali ed i servizi pubblici». E sottolinea: «Il 10% degli italiani che detengono il 50% del patrimonio nazionale non vuole pagare e utilizza i suoi soldi per finanziare la divisione della società in modo tale che qualsiasi politica economica intrapresa non intacchi le loro fortune». 
 
«Se non si riparte da qui, da un fisco progressivo, da una patrimoniale sulle ricchezze e da una redistribuzione dei redditi, delle opportunità e dei diritti - conclude il vicepresidente - non ci saranno mai i soldi per un Piano per il lavoro che restituisca dignità ai disoccupati. Questa scelta è una scelta politica che si può e si deve fare insieme alle confederazioni sindacali e alle parti sociali archiviando un ventennio di  solipsismi imprenditoriali di marca liberista che hanno reso l'Italia più povera, meno coesa e più iniqua».